Il libro dell’avvocato Francesco Mancini parte dalla tragedia per raccontare una regione, i suoi paesi e il suo paesaggio umano. Nessuna caccia al colpevole: al centro il dubbio, il garantismo e una terra finita sotto i riflettori.
Non un libro-inchiesta, né la ricerca letteraria di un colpevole. Il giallo di Pietracatella diventa una lente attraverso la quale osservare il Molise, le sue comunità, i professionisti, le fragilità dei piccoli centri e quel reticolo di relazioni umane che esisteva molto prima che la tragedia portasse un paese sotto i riflettori nazionali.
È questa la prospettiva scelta dall’avvocato Francesco Mancini per “Uno di noi. Il giallo di Pietracatella e il beneficio del dubbio”, edito da Palladino Editore, che sarà presentato martedì 20 ottobre, alle 18, nell’Aula Magna del Convitto nazionale Mario Pagano di Campobasso.
La cronaca giudiziaria c’è, documentata attraverso le fonti e il lavoro dei giornalisti che hanno seguito il caso, ma resta deliberatamente ai margini. È il punto di partenza per un racconto più ampio.
«Racconto come questo evento abbia rotto la serenità del Natale di un paese normale e di una famiglia normale – spiega Mancini –. Diventa l’occasione per parlare del Molise, del suo paesaggio e soprattutto del suo paesaggio umano».
La tragedia irrompe così nella quotidianità di un piccolo paese, nelle consuetudini dei Natali molisani e nella vita di una famiglia “normale”. Da quella frattura il racconto si allarga allo spopolamento, alla sanità, al mondo forense, alle istituzioni e a quella percezione di marginalità che spesso accompagna il Molise.
Il volume parte dalla sala di rianimazione e torna poi indietro, ricostruendo il contesto nel quale tutto è accaduto. Arrivano quindi la tragedia, i primi accertamenti, gli avvocati, i medici, i fari mediatici e infine la parola che cambia lo scenario: ricina.
Mancini ne affronta gli aspetti scientifici e medico-legali, segue il passaggio dell’inchiesta alla Procura di Larino e tratteggia anche le figure degli investigatori e degli inquirenti, soffermandosi sui loro percorsi e su una cifra professionale che l’autore considera peculiare.
Ma dietro ogni ruolo tornano sempre le persone. Persino la condizione di chi viene ascoltato dagli investigatori offre lo spunto per una riflessione sul ricordo, sui legami di paese, sullo spirito di campanile e sul difficile confine tra ciò che si sa e ciò che si crede di ricordare.
C’è poi lo sguardo dei media nazionali, arrivati in una regione spesso lontana dalla grande cronaca. Anche questo diventa materia narrativa: il modo in cui il Molise viene visto dall’esterno e l’immagine che restituisce di sé quando, improvvisamente, l’Italia lo osserva.
L’altra architrave dell’opera è già nel sottotitolo: “il beneficio del dubbio”. Mancini rifiuta la trasformazione della cronaca in un tribunale parallelo e la tentazione di assegnare anzitempo responsabilità.
«Non indico il mio colpevole – chiarisce – come purtroppo accade in tanti salotti televisivi. E soprattutto non credo che indovinare il colpevole significhi poter andare sotto una curva a festeggiare, perché in questa storia non c’è niente da festeggiare».
È qui che la formazione dell’avvocato prevale sulla curiosità del narratore. La presunzione d’innocenza non è una formula rituale, ma un principio saldo. Anche le reazioni umane davanti al dolore, sottolinea Mancini, non possono trasformarsi automaticamente in elementi di giudizio: «Non esiste un galateo delle occasioni luttuose».
Ed è per la stessa ragione che l’autore sceglie, a un certo punto, di fermarsi. L’eventuale dimensione processuale appartiene a un’altra storia, regolata dal confronto tra accusa e difesa e dal giudizio della magistratura.
Il volume non nasce dunque per risolvere il giallo, ma per raccontare ciò che quel giallo ha attraversato e sconvolto.
La prefazione è affidata alla scrittrice Simonetta Tassinari, mentre la postfazione porta la firma del prefetto Vincenzo Cartellicchio, con uno sguardo legato all’esperienza istituzionale e investigativa.
Nessuna appropriazione del dolore e nessuna ricerca del dettaglio morboso. Piuttosto una prossimità discreta verso persone reali, appartenenti a una comunità che l’autore conosce nei suoi orgogli e nelle sue debolezze.
È forse proprio il titolo, allora, a offrire la chiave del libro. Uno di noi racconta un Molise che improvvisamente si è guardato allo specchio mentre l’Italia lo osservava.
La tragedia resta, irriducibile, sullo sfondo. Davanti emergono i paesi, le famiglie, i professionisti, le istituzioni, le relazioni e il senso di appartenenza. Un paesaggio umano che la cronaca, da sola, non sarebbe riuscita a raccontare.
Fonte: https://www.quotidianomolise.com/articolo/uno-di-noi-il-giallo-di-pietracatella-diventa-un-ritratto-del-molise
Articolo del 04 ott. 2026







